martedì 23 agosto 2011

Lilium Auratum


Ce n'è voluto di tempo per arrivarci. Che poi non era nemmeno una cosa così assurda, ma di pollice verde pare ce ne sia uno solo in ogni famiglia e nella mia il posto era già occupato dalla nonna. Comunque.
Ho capito che c'è un sacco da imparare dalla botanica.
Ad esempio saper portare pazienza, trovare la forza di separarsi dalle foglie secche, e soprattutto resistere al dolore della potatura, ché tanto poi ricresce tutto e (si spera) meglio di prima. Bisogna diventare capaci di liberarsi di quel po' di sé che va lasciato andare e restare impassibili di fronte all'inverno, tanto le stagioni girano e prima o poi—.
Tutte cose piccole, sì, ma importanti. Anche perché se ci pensi bene le cose piccole sono le sole che esistano.

domenica 14 agosto 2011

Chissà se i lepidotteri nel trasformarsi da bruco in pupa e poi in farfalla hanno una specie di memoria ancestrale che fa loro presentire ciò che saranno e li conforta quando si abbandonano alla metamorfosi.
Delle croci che man mano siamo costretti a portare, più di tutte ho sempre sofferto quella dell'ignoranza.

mercoledì 20 luglio 2011

__oblivion__

Ho il sospetto che i sogni si prendano gioco di me, per questo la mia testa spesso si rifiuta di rammentarli. Sull'impronta del metodo applicato a segni, coincidenze, interpretazioni – tutte cose che non esistono se non all'interno dei nostri occhi. Eppure.
Espunzione, anestesia.
L'agnosticismo è una scelta deliberata, per essere atei o credenti basta seguire il proprio istinto (lo stesso in entrambi i casi, cambia solo il segno o forse nemmeno).
Come quando a scuola ti prendevano in giro e la mamma ti diceva Ignorali che poi si stufano.

venerdì 15 luglio 2011

?·¿

Sarà vera quella storia del calabrone e delle leggi dell'aerodinamica?
Anche lanciarsi nel vuoto è una questione di esercizio, ma un po' più difficile di tante altre.
Soprattutto se non sei un calabrone.

mercoledì 6 luglio 2011

( )

Mi piace pensare agli oggetti come a un ponte tra le persone. Per loro tramite ci stiamo sempre toccando gli uni con gli altri, anche a chilometri di distanza, soprattutto quando si tratta di oggetti fatti da mani di donne e di uomini per essere adoperati da altre mani, di altre donne e di altri uomini.
Sono il simbolo concreto della rete di relazioni che ci unisce e che chiamiamo mondo. Non per niente lo stesso termine "simbolo" nella sua accezione originaria significava proprio questo: un anello spezzato in due a rappresentare il legame di ospitalità reciproca tra due persone; le metà venivano tramandate ai rispettivi discendenti e grazie a esse la relazione sopravviveva, come condensata nell'oggetto che sarebbe tornato completo quando le due metà si fossero ricongiunte ("simbolo" deriva dal greco "symballo", "mettere insieme").
Il mondo è un simbolo.
Lo condividiamo, lo spezziamo con gli sguardi, e torna unito quando comunichiamo.

sabato 2 luglio 2011

°°peaceful°°

Mi preparo la pasta.
È una pasta svuota-frigo, ci ho messo:
- Peperoncino
- Pomodoro
- Zucchine
- Speck a dadini
- Parmigiano
Fuori il tempo è grigio e umido e pesante, ma non me ne importa nulla.
Mi preparo la pasta, non c'è nessuno in casa, solo io. Taglio le verdure, lavo il tagliere, assaggio le pennette che sono quasi cotte. Occuparsi le mani è pacificante.
Fuori fa brutto tempo, ma io mi prendo cura della mia solitudine. Ed è bello.

mercoledì 22 giugno 2011

~{S}~

Quando andavo al catechismo San Tommaso (quello che voleva mettere il dito nelle piaghe di Cristo) mi stava antipaticissimo. La sua mancanza di fede mi pareva un affronto, tanto più che finiva per ricredersi perdendo anche il fascino del ribelle o del cattivo.
Col passare del tempo invece (a parte aver capito che non c'è niente di male in un po' di sano empirismo) ho finito per sviluppare una specie di simpatia solidale nei suoi confronti. È che Tommaso detto Didimo, poverino, quando finalmente esclama "mio Signore e mio Dio" lo fa con un'urgenza che odora quasi di vergogna. E io penso: mi stava tanto antipatico, ma i difetti che vediamo negli altri spesso e volentieri sono quelli che ci portiamo addosso – nel peggiore dei casi dentro – e senza accorgercene passiamo gran parte del tempo a condannare la nostra immagine riflessa nello specchio del mondo. Così quell'enfatico minimalismo, che mi è sempre parso un po' velato d'imbarazzo, mi ha fatto venire il sospetto che il problema di questo ragazzo qui non fosse tanto la mancanza di fede negli altri (che si tratti dei compagni apostoli o di dio non cambia granché: il principio è il medesimo e si può vivere serenamente senza), ma più che altro la mancanza di fiducia in se stesso. Perché quando hai quella il resto vien da sé e non ti vergogni di nulla, men che meno di aver voluto verificare qualcosa in prima persona: fa parte del tuo modo di essere e va bene così.
"Non c'è altra via se non quella in cui possiamo riconoscerci in ogni gesto e in ogni parola, quella della tenace fedeltà a noi stessi". Non si tratta della mancanza di contraddizioni, ma piuttosto di quella coerenza che si costituisce anche sulle contraddizioni. Uscire di strada, poi magari tornarci, poi perdersi ancora, magari scoprire che la tua strada non è La Strada ma questo cammino impervio e pieno di deviazioni, che non sai bene dove andrà a parare ma è il tuo, e percorrerlo è un esercizio multiforme e mutevole e mobile di coerenza.
Un po' come un fiume, che è sempre quel fiume lì anche se l'acqua arriva e scorre e va e in fin dei conti fa un po' quello che le pare, e non s'è mai sentito dire che un fiume si vergognasse della propria acqua. O che non fosse felice.